lunedì 21 dicembre 2009


Cari amici, vi auguro buone feste e spero che vi divertiate con il mio blog!

martedì 8 dicembre 2009

Andrea Zanzotto


Per il suo ottantottesimo compleanno, dopo otto anni dall’uscita di Sovrimpressioni, sempre nella collana dello “Specchio” di Mondadori, Andrea si è fatto e ci ha fatto un meraviglioso regalo: è il libro di poesie Conglomerati, in un certo senso la continuazione del primo, andando in profondità e facendoci quasi annusare il baratro a cui stiamo andando incontro. Un’opera meravigliosa.
I versi hanno la freschezza delle cascatelle dei nostri ruscelli e l’aspra durezza dei sassi delle Crode a Collalto, che a mala pena riuscivo a far saltare con le polveri degli obici della prima guerra mondiale, sparsi ovunque nei fossi per creare una serie di laghetti protetti da profumate rose canine e salici piangenti. Così l’acqua che a ogni temporale scrosciava di brutto, trascinando via il prezioso humus del bosco, non finiva nel Soligo inquinato, ma nutriva la biava e la medica della pianura. Un vano tentativo di crearmi un’oasi personale?

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Dove è finita la gioia e la dolcezza di Galateo in bosco, dove il paesaggio era ancora un paradiso terrestre e la gente umana? Come facciamo a sopravvivere in questo mondo dove tutto è inquinato? …la morale, l’onore, il rispetto per noi stessi, la fiducia nel nostro prossimo sono finiti a Patrasso. Perfino il nostro dialetto, a cui Andrea ha dato dignità di linguaggio, con tanto amore e delicatezza, è morto.
Quanta scienza, conoscenza e preveggenza per questo mondo che ci cambia sotto gli occhi, ci spaventa e ci rende più macchine succubi che esseri pensanti.

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I tuoi occhi di lince che ti trapassano come punte di spillo incandescenti esprimono apertamente tutta l’ironia, che nei suoi scritti precedenti era sempre velata di malinconia. La malinconia è diventata disgusto, espresso dal taglio duro e quasi inferocito della bocca per questo mondo marcio che ci circonda.
I versi a volte sono così duri, compatti e laceranti che ti penetrano come coltelli acuminati lacerandoti dentro e a volte così freschi e teneri da consolarti il cuore.Andrea sei un mostro!

“E così il purulento, il cancerese, il cannibalese
s’increspa in onda, sormonta
tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese
doveva difenderti, Ligonas, circondato
ormai da funebri viali di future “imprese”,
da grulle gru, sfondamenti di orizzonti
che crollano in sé stessi
intorno a te.”

(Addio a Ligonas)


Palazzetto Bru Zane


L’incisione del Carlevaris del 1703, che ho inserito nella prima edizione dei Giardini Segreti a Venezia del 1988, è stata per me un colpo di fulmine!

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Mi hanno affascinato il rigore geometrico delle aiole del giardino con al centro le sculture di Bacco e Cerere di Giovanni Comin (1664), oggi sostituite da due anonimi putti. L’insieme è ravvivato dal realismo del giardiniere con la carriola, dalla vivace discussione dei proprietari di cui uno accenna alla biblioteca, oggi scomparsa. Le ombre allungate denunciano un sole pomeridiano autunnale. Vi sono poi due cani che fanno la guardia ai sacchi di concime e sementi, disposti in una cesta davanti alla porta d’ingresso. Marino Zane, grande bibliofilo e amante della musica, incarica l’architetto Antonio Gaspari allievo di Borromini che porta una ventata di rinnovamento nelle calme acque della laguna, di costruire la biblioteca e il casino da musica per la nipote che si dilettava di suonare il violino. La facciata è rifatta nel 1707 da Domenico Rossi, autore della dei Gesuiti a Cannaregio, la più bella chiesa barocca di Venezia, dove anche il prospetto frontale era a colori come il soffitto dell’interno.

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Gli Zane, famiglia di antico lignaggio e fra le più rappresentative a Venezia, erano proprietari del contiguo palazzo affacciato sul Rio di Ogni Santi, oggi trasandata scuola elementare. Ristrutturato una ventina di anni prima da Baldassare Longhena autore della chiesa della Salute (1631-81) importante quale primo edificio religioso a pianta centrale a Venezia, il palazzo è un guscio che nell’interno esplode in uno dei più preziosi esempi di inventiva spaziale, tipica del Barocco veneziano. Dobbiamo a Ferdinando Fochi il soffitto dell’ingresso, da cui si accede al piano superiore attraverso una scala che sale lungo le pareti laterali con un pavimento a riquadri di marmi colorati.

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La meraviglia è la sala da musica con una balconata di legno traforato dello scultore Brustolon. Trattata a marmorino bianco, oggi lasciata, non so perché, di legno grezzo doveva accompagnare le spettacolari quattro conchiglie in stucco agli angoli della sala da cui i putti sembrano scendere in volo ad opera di Sebastiano Serlio. Gli affreschi sono di Sebastiano Ricci.

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L’attento restauro durato due anni si deve all’architetto Marco Zordan per la fondazione Nicole Bru, che vi ha creato un centro per la musica francese dell’Ottocento. L’iniziativa si inaugura il 19 e 20 novembre per l’apertura della stagione del Teatro La Fenice di Venezia con il ritrovato Requiem per soli, cori e orchestra di Bruno Maderna nella sua prima edizione.

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www.veneziasammartini.com

Ca’ Grimani a Santa Maria Formosa


Quando ragazzina sono arrivata a Venezia, Ca’ Grimani era la sede dell’antiquario Minerbi, la cui figlia era la madre del mio avvocato Gianni Milner.
Mi divertivo a girare in quel bailamme per scoprire i meravigliosi spazi e quanto appariva delle decorazioni che cadevano a pezzi. Solo la scala a chiocciola di Andrea Palladio era intonsa, ricordandomi quella che all’Accademia dalla galleria porta al tablino dove, in una nicchia, un’urna conteneva la mano di Canova, cosa che mi ha sempre fatto senso. Per fortuna Carlo Montanaro, quando è diventato presidente dell’Accademia di Belle Arti ha pensato bene di mandarla alla gipsoteca canoviana di Possagno del Grappa.

La scala palladiana

La scala palladiana

Quando i Minerbi hanno chiuso la galleria vi è stato un interregno fino al 1981 quando la principesca dimora venne acquistata dallo Stato per adibirla a museo.
Negli anni dell’interregno vi era un tale stato di degrado che mi faceva venire il mal di stomaco. Conoscendo il guardiano raccoglievo con paletta e scopino i brandelli d’affresco che cascavano dai soffitti.
Due erano le cose che mi affascinavano: il soffitto della sala dipinto da Camillo Mantovano, un enorme bersot con tutte le specie vegetali e gli uccelli comprese le piante appena giunte dell’Africa e dell’America, e la sala a cupola dove il Cardinal Grimani teneva i suoi tesori archeologici. Raccoglievo le briciole degli affreschi ogni volta che andavo mettendoli in tanti pacchettini di giornale con ogni uno la dicitura della provenienza in una preziosa scatola da scarpe.

Stanza di Psiche, Camillo Mantovano, candelabra con uccelli e pesci della laguna

Stanza di Psiche, Camillo Mantovano, candelabra con uccelli e pesci della laguna

Stanza a fogliami, Camillo Mantovano, soffitto, particolare

Stanza a fogliami, Camillo Mantovano, soffitto, particolare

Dopo l’alluvione del 1966 si sono creati vari comitati per salvare il salvabile. Per suggerimento del mio professore John McAndrew con cui stavo scrivendo un libro sull’architettura del primo rinascimento veneziano, che si era inventato il comitato Save Venice che tanto ha fatto per la città, sono stata incaricata dall’Unesco di catalogare e controllare la situazione delle opere conservate nelle chiese, che avevano molto sofferto anche per la trascuratezza degli anni precedenti.
Il presidente del comitato italiano era Bruno Visentini, al momento ministro delle finanze e presidente della Fondazione Cini a San Giorgio, nativo della Marca Trevigiana e padre della mia amica Margherita Azzi Visentini, esperta di giardini. Lo conoscevo abbastanza bene da incastralo per Ca’Grimani. Ero abbastanza carogna, lo aggredivo davanti a personaggi di fronte ai quali non mi poteva dire di no. Puntualmente mi giungevano come risposta dei bigliettini in cui mi diceva che c’erano cose più urgenti.
L’architetto Mario Piana è stato incaricato del restauro del complesso, opera faraonica sia dal punto di vista statico che artistico, dalla sovrintendenza di Venezia. Un lavoro immane che è stato eseguito in modo mirabile da costituire un esempio per i restauri futuri.
L’opera, iniziata nel 1981, andava a rilento per le difficoltà tecniche ma sopratutto per l’eterna mancanza di grana.

La tribuna

La tribuna

Il degrado, 1984

Ma miracolo! E’ arrivata la recessione e Venezia si è svegliata dal suo sonno congenito e tutto a cominciato a procedere. Nel giro di 20 giorni il monumento è stato restaurato, incredibile.
Questo restauro ci riporta al termine “conservare”che proprio in questo esempio assume un’eccezionale valenza: un edificio che nel passato ha avuto un enorme impatto nella struttura della città è tornato a vivere nella sua interezza rivitalizzando la città e diventando nella sua magnificenza attuale e moderno.


Papa Pio XII




È uscito per le edizioni Marsilio di Venezia, un prezioso libricino intitolato “In difesa di Pio XII” a cura di Giovanni Maria Vian, direttore dell’osservatore Romano con scritti di Paolo Mieli (giornalista di fama), Saul Israel (nato 1897 e mancato a Roma nel 1981, israelita diventato cattolico, marcato a fuoco da quegli anni bui), Andrea Ricciardi, Rino Fisichella (rettore dell’Università Lateranense), Gianfranco Ravasi (arcivescovo del Pontificio consiglio della Cultura e della commissione di Archeologia Sacra, noto biblista), Tarcisio Bertone (segretario di Stato dell’attuale Pontefice). Personaggi di grande spessore intellettuale e profondi intenditori del problema.

Non capisco perché scrivere un libro in difesa del papa, quando è perfino in corso un processo per la beatificazione per Pio XII.

Lo stato del Vaticano traboccava talmente di ebrei e perseguitati politici da avere persino problemi di vettovagliamento.


I conventi, le parrocchie ed ogni luogo religioso ospitavano persone in difficoltà. Perfino quell’antipatico parroco di Pieve, che uscito dal confessionale mi ha dato una sberla perché gli avevo confessato di avere mangiato una pera William a cui da giorni faceva la tira, aveva come ospite un gesuita che per tutti gli anni della guerra è stato il mio precettore e mi ha aperto la testa.

La figura di questo papa è marcata indelebile nella mia memoria anche se all’epoca ero una bambina di 14 anni.

Dal 1945 passavo le vacanze di Pasqua a Roma, dai Calvi, lontani cugini che per deferenza e simpatia chiamavo zii: Carina, l’intellettuale, Carlo, che sembrava uscito dalla stampa del nobiluomo mantovano imbauchio dall’arrivo di Napoleone dopo l’assedio del 1796, e Isabella che mi regalava le magiche scatoline che col passare del tempo sono diventate una preziosa collezione.

Erano amici fraterni del bibliotecario della Casina di Pio IV, i cui tesori mi hanno lasciato a bocca aperta, contagiandomi con la passione di raccogliere stampe.

L’amico degli zii aveva un figlio un po’ più grande di me che aveva il compito di vivacizzare le mie giornate romane.

Io mi sono innamorata follemente dei giardini vaticani, nel cui cuore sorgeva la biblioteca e non mi stancavo mai di visitarli, luogo per me sognato. Toccavo e annusavo ogni foglia e fiore ubriacandomi di piacere quasi fisico.

Un pomeriggio da lontano è apparsa una lunga figura eterea, con una veste bianca che il vento faceva frusciare, con tra le mani un libriccino che stava leggendo: era il papa. Spaventati ci siamo accucciati dietro la siepe del vialetto sperando di non essere stati notati. Purtroppo agli occhi di lince del papa non sfuggiva niente. All’udienza particolare di zia Giulia Bianchini d’Alberigo sposata Giusti del Giardino, il papa mi ha subito riconosciuto, facendomi una carezza, mi ha detto, “fai parte della natura e questa fortuna ti accompagnerà per tutta la vita”, facendomi diventare la faccia viola come un peperone e capire con che razza di personaggio avevo a che fare!

http://www.marsilioeditori.it/

Plessi

GONDOLE BLU


Strisce di sole e dolci propaggini del Canal Grande entrano in punta di piedi nell’androne, impadronendosi poco alla volta del fantastico pavimento creato dal Barone Giorgio Franchetti alla Ca’ D’Oro. Acquistato alla fine del XIX secolo da questa singolare figura di mecenate le cui ceneri riposano sotto il cippo di porfido, l’edificio capolavoro del gotico veneziano venne ripulito dalle pesanti aggiunte neogotiche operate da Gianbattista Meduna a metà Ottocento per riacquistare l’originale leggerezza e sfarzosità. I pavimenti del portego vennero rifatti integralmente e, pare, come ci racconta Gabriele d’Annunzio nei suoi taccuini, che lo stesso barone, ispirandosi alle tarsie Marciane, abbia personalmente composto il ricco mosaico in opus sectile e tessellatum.

Barche ancestrali di legno annerito dal tempo, costruite nel prestigioso squero Tramontin alla Giudecca dondolano dolcemente, cullate dall’acqua del Canal Grande che tra luci e ombre trasforma le pietruzze colorate in preziosi gioielli, e grazie allo sciabordio delle onde e ai raggi obliqui il magico pavimento si sveglia, si muove, diventa tridimensionale.

È l’opera dell’amico Fabrizio Plessi per la Biennale di quest’anno che felice invade tutta la città. L’acqua e il fuoco sono gli elementi con cui da sempre l’artista lavora, elementi puramente veneziani.

Emiliano di nascita, studia nella città lagunare, al Liceo artistico prima e all’Accademia di Belle Arti poi, inizia il suo lavoro con i Video a Ferrara nello studio di Lola Bonora.
Partecipa a più Biennali veneziane ed è invitato a mostre prestigiose ai quattro angoli del modo, tiene corsi soprattutto in Germania e la sua mostra più completa e prestigiosa è la retrospettiva curata da Carl Haenlein dal titolo Traumwelt. All’ombra delle barche tutto sembra irreale; le luci psichedeliche di Plessi illuminano le colonne dando un senso di verticalità trasformando lo spazio. Tudy Sammartini

L’Anima dell’Acqua – Contemporary Art
Museo Ca’ Doro, Galleria Franchetti, Venezia
fino al 22.11.09

www.cadoro.org



giovedì 12 novembre 2009

Greenaway/Veronese


GREENAWAY/VERONESE


Quando il conte Vittorio Cini ha recuperato il convento di San Giorgio Maggiore, creando la fondazione Giorgio Cini in memoria del figlio morto in un incidente aereo, ha fatto di tutto per far tornare a casa le Nozze di Cana. Dipinta da Paolo Veronese tra il 1562 e il 1563 per il refettorio, prima opera di Andrea Palladio a Venezia, la tela è finita in Francia alla fine del Settecento col bottino napoleonico. Senza di essa il meraviglioso spazio era monco, le fughe delle linee orizzontali morivano in un muro sordo alterando l’equilibrio del magico luogo.

Qualche anno fa, grazie alle moderne tecniche, una gigantografia del dipinto ha sostituito l’originale, ricreandone i rapporti prospettici.

In occasione della Biennale Peter Greenaway ha fatto un’operazione affascinante: ha proiettato le gigantografie dell’opera originale negli interstizi tra le finestre, rispettando le prospettive del quadro. Il punto focale era il centro della sala e il lavoro era assai complicato perché bisognava fare in modo che le varie figure  non risultassero sfuocate anche osservate da altri punti.
Le varie scene proiettate venivano identificate con un contorno in rosso sull’opera generale e i loro dialoghi venivano recitati in inglese e veneziano da voci di presunti discendenti dei personaggi ritratti, dando la sensazione di parteciparvi pure noi.
Io che a Greenaway avevo già dato una mano durante una precedente biennale per l’allestimento di una preziosa tavola imbandita nel salone di Palazzo Fortuny, zompavo come una cavalletta per controllare che le scene fossero perfette.

C’era un enorme marchingegno meccanico con una ventina di tecnici che mostravano tutta la loro stanchezza, ma finalmente il risultato corrispondeva alle aspettative dell’artista. In tutto questo trambusto l’Epuratore, direttore della fondazione, era seduto al centro della sala come se fosse l’imperatore di Bisanzio sul suo cerchio di porfido simbolo del suo potere soprannaturale.

Quando l’Epuratore si era finalmente alzato e seduto sulla panca in fondo, mi sono accomodata vicino a lui col preciso scopo di tirarlo in lingua. Gli ho chiesto perché aveva mandato via tutte le persone messe a San Giorgio dal conte, al che si era manifestato estremamente sgradevole dicendomi che la fondazione non era il mio feudo per portarci le amiche aggiungendo di guardarmi bene dal metterci piede. Mi è venuto da ridere perché le mie amiche erano un’altezza reale in incognito con il suo seguito, amante di Venezia, dei fiori e presidente di una delle biblioteche più importanti sulla botanica.

Il veto non mi tocca perché ho arato la magica biblioteca di San Giorgio per anni per il libro del mio professore, John McAndrew, Venetian Architecture of the Early Renaissance, i cui documenti sono nel mio archivio. Posso sempre ammirare San Giorgio dall’alto del campanile senza disturbare l’Epuratore. Poi lui non sa che tra il 1495 e il 1505, ero un monaco benedettino, e che la mia cella nella Manica Lunga era la numero 13 con tutti gli influssi benefici che quel numero porta con sé. Ero talmente di casa che quando ho portato il poeta Andrea Zanzotto a vedere la Manica Lunga, alla fine della sua conferenza invece di ringraziare i responsabili ha ringraziato me per avergli mostrato una tale meraviglia.

www.cini.it

www.labiennale.org

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La Biennale di Venezia



L'alba del 3 giugno, un sole splendente scuote la città che di colpo si sbarazza del suo perenne languore. Un’immensa cupola iridescente trattiene a fatica Venezia ancorata alla sua laguna.

La città scoppia d’arte: miriadi di personaggi sono qui per lei, scammellano, disfandosi allo scirocco per vedere tutto: impossibile, non c’è un buco che non sia una mostra, è tutta una kermesse mentre la voglia di vedere tutto si rivela irrealizzabile, ma la gente non lo sa. All’imbrunire e poi al riverbero di una luna piena incorniciata da una affascinante corona impalpabile, scie di insetti si snodano per le calli o rendono spumeggianti le acque dei canali su rombanti motoscafi per non perdere un party e una festa. Le occhiaie dei palazzi sul Canal Grande sputano luci, suoni e rumori. Ogni edificio è violato da fari troppo violenti che ne bruciano gli  stanchi intonaci. La facciata nuova  di palazzo Pisani Moretta masturbata da luci colorate radenti sembra un enorme confetto rosa camicia da notte, come le fauci degli ippopotami in quel di Rwobero in Kivu. All’interno di Ca’ Pisani Moretta s’intravedono volteggiare strani personaggi svolazzanti coperti da costosissime strazze colorate asimmetriche, che moda!  In Canalazzo, davanti a palazzo Bembo, sede della facoltà di Storia dell’Arte, un improbabile sottomarino russo tutto scalcinato non s’immerge mai, un pugno in un occhio.

“SubTiziano” di Alexander Ponomarev davanti a Ca’ Bernardo

“subtiziano” di alexander ponomarev davanti a ca’ bernardo

Le  povere facciate sono anche sputtanate da indecifrabili manifesti… E’ la follia della vernice della Biennale. Sono veramente tutti così contenti o è la frenesia di riempire il vuoto che ci circonda? Le addormentate strutture dell’Arsenale che ogni anno si riappropria di un pezzetto del suo incredibile patrimonio, ospitano di tutto. I grandi spazi delle Gaggiandre sono all’origine della cartella delle prigioni di Piranesi che da bambino girava per l’Arsenale per mano dello zio Proto: situati tra il forte di Sant’Andrea e quello di San Nicoletto con il loro fuoco incrociato difendevano l’ingresso del porto. Oggi le fantastiche travi, la struttura di una galea rovesciata, ospitano tante piccole tende rosse.

Tende galleggianti nelle Gaggiandre

tende galleggianti nelle gaggiandre

La parte estrema dell’Arsenale, detta le Vergini,  una volta era l’eremo di fanciulle di nobile famiglia: per non disperdere le ricchezze di casa, la Repubblica destinava solo una figlia al matrimonio e tutte le altre finivano in clausura. Il doge ogni anno si recava in visita al convento delle agostiniane il primo maggio e la badessa lo omaggiava con un mazzo di fiori dell’orto legato con un nastro d’oro. Il luogo, che ha conservato nei secoli il proprio nome, è scomparso nel Cinquecento per ingrandire l’Arsenale. In questi giorni di Biennale un gigantesco faggio supino sull’erba, formato da tanti pezzettini dei suoi rami, morto per sempre.

L’albero morto nel prato

l’albero morto nel prato

Al bordo del prato un casotto fatiscente contiene anelli sorretti da corde trasparenti che giocano con la luce ritmata dallo sciabordio delle frasche dei tigli.

L’installazione introvabile

l’installazione introvabile

Girando per la città, quasi nascoste vi sono delle deliziose chicche come i minuscoli fiori di stoffe preziose appesi in teche trasparenti che navigano nel salone centrale di Ca’ Mocenigo, il museo del tessuto a San Stae.

”Softly” di Wakako Yamaguchi e Junko Yoshida

”softly” di wakako yamaguchi e junko yoshida

Nel chiostro di San Salvador c’è un video di Susan Kleinberg e Les Guthman dove una bolla d’aria che si muove in continuazione contiene delle figure che sembrano uscire da un  vaso greco del periodo di Pericle.

La sfera di Susan Kleinberg e Les Guthman nel centro Telecom a San Salvador

la sfera di susan kleinberg e les guthman nel centro telecom a san salvador

La Punta della Dogana è un ottimo intervento di restauro di Tadao Ando assolutamente non invasivo mentre il contenuto, per me sgradevole, è talmente pornografico da scandalizzare perfino il nostro Patriarca, il Cardinale Scola, uomo di larghe vedute.

Punta della Dogana, il cubo di Tadao Ando

punta della dogana, il cubo di tadao ando

Penso quanto avesse ragione il mio grande amico musicista ed esorcista, il benedettino Padre Pellegrino che mi diceva sempre che in questo momento regna el diol. La macchina infernale di Renzo Piano nell’ultimo elemento dei Saloni è una magia: l’ambiente e le opere si esaltano a vicenda. Si tratta dell’ultimo capannone sulla fondamenta del canale. Questa serie di edifici sono un esempio della tecnica costruttiva dei veneziani del 1300. La struttura in mattoni rinforzata da contrafforti forma un unico blocco, le cui travature imbevute di sale per 500 anni sono più resistenti dell’acciaio. Infatti sopportano il marchingegno di 60 tonnellate che fa uscire lentamente i quadri dalle griglie di contenimento, quadri che navigano lentamente in questa magica atmosfera per rientrare uno ad uno nel proprio spazio diventando vivi nel movimento, geniale, unico e nuovo. Veniamo ai premi: alla carriera agli americani Baldessari e Yoko Ono, che dopo secoli è sempre uguale, con i suoi eterni occhiali, con i quali credo vada anche a dormire. Me la ricordo quando abitava nello studio di zia Marta a San Vio, durante una Biennale passata: non è cambiata per niente, devo chiederle la ricetta. Mi sono piaciuti da morire i due tavoli da scacchi tutti bianchi nella sala centrale di Palazzetto Tito pronti per iniziare una partita. La tentazione di giocare è stata grande ma le occhiatacce dei guardiani mi hanno trattenuta dal farlo. Questi scacchi starebbero benissimo al Museo d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro in compagnia della testa di donna in porcellana  di Arturo Martini che mi fa venire gli sgrisoli nella schiena da quanto mi piace. L’opera è custodita nelle sale del piano superiore del Museo appena restaurate.

Arturo Martini, “Fanciulla piena d’amore”, 1913, Venezia Ca’ Pesaro, Galleria internazionale d’arte moderna

arturo martini, “fanciulla piena d’amore”, 1913, venezia ca’ pesaro, galleria internazionale d’arte moderna

A Ca’ Pesaro fin dalla prima Biennale del 1895 sono state donate tutte le opere premiate; mi domando chi sia stato quella testa d’amolo che ha interrotto questa fantastica consuetudine. Basta visitare il Museo per capire quanto ha perso la città.

Emilio Vedova e Renzo Piano


EMILIO VEDOVA E RENZO PIANO


Il museo dedicato a Emilio Vedova dovrebbe essere inaugurato il 3 giugno ai Magazzini del Sale dove l’artista aveva il suo secondo studio.
Ci sono stata un po’ di volte e il casino vi regna sovrano. In questi casi a Venezia i miracoli sono frequenti e mi auguro che si ripetano anche questa volta.
Per quanto riguarda l’informazione per la stampa vi regna un clima da Stasi.
Una voce gracchiante m’informa che il progetto è top secret per i giornalisti: dalla bugia mi salva il bel pezzo di Angela Vettese a pagina 42 del Domenicale de “Il Sole 24Ore”, del 24 maggio.
La voce era uguale a quella di una donna della Stasi di cui ho recuperato in seguito la registrazione e che mi voleva far internare per un articolo scritto sulle occhiaie vuote delle case di Dresda. Avevo scritto delle abitazioni abbandonate, della gente che camminava lungo i muri con le stesse occhiaie perse e che non rispondeva alle domande, delle fabbriche dove cinque operaie destinate a cucire camicie disponevano solo di tre ferri da stiro e di una macchina per cucire che creava le asole sbavate perché gli aghi erano rotti. Per lo smog dovevo girare con la mascherina ma, naturalmente, il riscaldamento dei grigi edifici come il paesaggio erano gratuiti. Tutto ciò contrastava con l’ostentazione dei preziosi gioielli barocchi, grossi sassi colorati del Museo (la Gemäldegalerie Alte Meister), e con la magia della sua collezione… sono persino riuscita a ficcare il naso anche nei depositi! Dopo tutti questi anni i miei occhi ne sono ancora “immagati”.
Per fortuna quando si sono accorti del mio servizio, mi sembra su “Frankfurt Zaitung”, ero già a Bemberg – scampato pericolo.
Ma che in una Venezia del 25 Maggio 2009 si usino gli stessi sistemi mi pare una barzelletta. Grazie Angela Vettese.
Dal progetto mi rendo conto che il museo sarà bellissimo, una specie di carro in movimento come alla galleria di Peggy a New York dell’affascinante amico Kiesler, a cui la struttura essenziale dei saloni aggiungeranno quel senso di magia che le opere dell’artista necessitano. Uno dei saloni era già il suo studio.

Vedova è l’unico pittore che ho conosciuto che è riuscito a creare i giochi di luce e i riflessi dell’acqua del Canale della Giudecca adoperando solo il bianco e nero.

Frequentavo la casa di Emilio e Annabianca, che si affacciava  con un labirinto di altane sulla Giudecca dove lo sciacquio delle onde solleticava sia gli occhi che le orecchie.  Mi sentivo a casa a “sbecottare” pane e soppressa bagnato dal buon Cabernet di Collalto che scaldava la conversazione.
Vedova amava il mio libro delle isole abbandonate e le mie buffe storie. Si divertiva a prendermi in giro perché appena tornata a Venezia dalla Sinistra Piave, dove avevo passato il periodo della guerra, mi divertivo ad attraversare in traghetto il Canal Grande all’altezza della punta della Dogana, per me uno dei punti più sognati di Venezia. Si divertiva a raccontarmi che ragazzina, mentre scendevo dalla gondola, all’arrivo di un’ondata che mi aveva fatto finire in acqua, mi aveva salvata dal bagno prendendomi in braccio; dovevo proprio essere buffa mentre mi divincolavo dall’omone con la barba e i capelli lunghi, in una tutta blu, tutta macchiata, dicendogli “mettimi giù che puzzi!”.

Sono contenta che una cosa veneziana sorga accanto al museo di Pinault, che speriamo sia una cosa bella, ma non digerisco il personaggio che considera questa città con la sua tradizione di gran signora ospitale come un oggetto usa e getta.

In fondo al cuore mi rimane una gran nostalgia per la realizzazione della nave a San Lorenzo, la magica chiesa rinascimentale di Castello che è tutta triste e fredda per aver perso il suo gioiello che l’aveva fatta ritornare viva. So che giace in un deposito, cosa vergognosa perchè dovrebbe tornare a scaldare quelle gelide mura e a rallegrare i veneziani che se la sono quasi dimenticata.

Ho seguito con ironica trepidazione tutto il suo iter, ma come si può immaginare un edificio a Venezia con misure precise, angoli retti e muri non sghimbesci? Il lavoro di Piano e di tutta la sua équipe, a segare, rabberciare e rimettere insieme tutta la struttura per infilarla finalmente nel suo contenitore, era così bello proprio per tutte le sue forme anomale.

E poi  la piattaforma che cantava per conto suo, facendo imbestialire Gigi Nono e immelanconire il Maestro Abbado….
Abbado me lo sono portato alla Corte Sconta, dove sulle tovagliette di carta ho pensato di far danzare i ballerini sulle scalette laterali, coperte di moquette, e far sedere il pubblico sul ponte della nave. L’acustica, la musica e Prometeo hanno fatto rivivere quello spazio addormentato da troppo tempo e ho anche avuto la gioia di recuperare l’amico di sempre, Gianni Berengo Gradin, che ha poi fatto le foto del libro dei giardini.